1 - Gianni Tadolini - Sigmund Freud: frammenti della vita e senso dell'analisi individuale - A 80 anni dalla morte del Maestro.
2 - Rosalba Aiazzi Dermatite atopica dell'adulto e sofferenza psicologica.

3 - Gianni Tadolini - Marco Valentini - Sistema immunitario baricentro della vita (dalle conclusioni del volume).

 

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Sigmund Freud: frammenti della vita e senso dell'analisi individuale - A 80 anni dalla morte del Maestro.

( di Gianni Tadolini ) - Nella società odierna la psicoanalisi è ormai stata assimilata alle psicoterapie, cioè a quelle procedure, gestite da un operatore sanitario appositamente addestrato, grazie alle quali un individuo, portatore di un disagio psichico, cerca di stare meglio, o almeno di capire qualcosa dei problemi esistenziali che lo assillano. Ma nella storia della cultura occidentale la psicoanalisi è stata ben altro, oserei dire, soprattutto altro.

Sigmund Freud muore esule a Londra, il 23 settembre 1939, verso le ore 2 del giorno di sabato, consegnando ai seguaci un bagaglio di riflessioni la cui portata travalica ampiamente ogni aspettativa del gruppo iniziale.

Già nel 1925 il Maestro intuiva tutto ciò, ed aveva scritto: “Probabilmente il futuro stabilirà che l'importanza della psicoanalisi come scienza dell'inconscio oltrepassa di gran lunga la sua importanza terapeutica” ( in italiano, Opere, vol. x ). Così avvenne: la psicoanalisi fu sì un processo di cura, ma lo fu per pochi, mentre per molti – potremmo dire per intere generazioni di intellettuali – divenne il criterio d'interpretazione della realtà e, per eccellenza, il modello di funzionamento della mente.

 

Ma facciamo un passo indietro e tentiamo una breve riflessione sugli elementi costitutivi di questa poderosa ricerca. Il percorso che portò Freud alla formulazione della sua teoria delle nevrosi è abbastanza noto: Charcot, l'ipnosi, il rapporto con Josef Breuer, il Caso di Anna O. e gli Studi sull'Isteria del 1895; l'iniziale tentativo di strutturare un'interpretazione dei sogni ( Il sogno dell'iniezione di Irma ), la creazione della parola stessa “psicoanalisi ”, che apparve per la prima volta negli articoli del 1896; le prime pubblicazioni che lo resero celebre: L'interpretazione dei sogni (1899), Psicopatologia della vita quotidiana (1901) e i Tre saggi sulla teoria della sessualità (1905); la conferenza di Boston (1909), dove Freud presentò al mondo la sua ricerca e volle che la paternità del metodo psicoanalitico fosse attribuita a Breuer.

Insomma, al tempo della stesura del suo ultimo libro (Compendio di psicoanalisi - 1939), terminato sul letto di morte, la psicoanalisi si presentava come un costrutto organico, particolareggiato, coerente, riconosciuto in Europa e negli Stati Uniti, con un'impalcatura che a buon diritto poteva essere definita “scientifica”.

 

Altri elementi individuali e soggettivi contribuirono a far sì che la nuova psicologia, all'alba del xx secolo, prendesse forma: non solo l'interesse del suo fondatore per il funzionamento della mente, ma anche la passione per l'archeologia, la conoscenza della mitologia greca e il senso della storia; in fine, l'esperienza del dolore fisico ed esistenziale. Relativamente a ciò gli psicoanalisti sembrano non ricordare che l'ultima parte della vita del Maestro fu un autentico calvario e che la psicoanalisi certamente servì a lui come lenitivo; Il dolore fu il crogiolo dove agì questo strumento di comprensione ed accettazione del vivere, strumento senza il quale tutta la senilità di Freud sarebbe forse stata esposta alla più cupa tristezza.

Freud elevò la sua “creatura” quasi a religione ed il conforto rassicurante, derivante dalla consapevolezza di tale paternità spirituale, lo accompagnò fino al trapasso. Freud sapeva di aver donato all'umanità una chiave interpretativa importante, sapeva di aver trasformato la cultura dell'Occidente e ne poté trarre soddisfazione e senso.

 

Il dolore. Dice Freud: la sofferenza ci minaccia da tre parti: dal nostro corpo che, destinato a deperire e a disfarsi, non può eludere quei segnali di allarme che sono il dolore e l’angoscia; dal mondo esterno, che contro di noi può infierire con forze distruttive inesorabili e di potenza immane; infine dalle nostre relazioni con altri uomini. La sofferenza che trae origine dall’ultima fonte viene da noi avvertita come più dolorosa di ogni altra” (Il disagio della civiltà - 1929).

 

Fu così: società e corporeità furono per il Maestro entrambe cause frequenti di dolore. Già in giovane età Freud – ebreo per etnia, anche se non per pratica religiosa – dovette fare i conti con l'antisemitismo. Poi anziano: là dove arrivava l'influenza di Hitler le sue opere furono messe al bando. Sul versante familiare – dall'età di 64 anni, con la morte prematura dell'amata figlia Sophie (25 gennaio 1920) – fu un susseguirsi di situazioni angosciose. E la salute: i sintomi di quella che sarebbe divenuta la sua malattia terminale cominciarono a farsi sentire in maniera gradatamente sempre più invalidante.

Intanto la situazione politica dell'Europa stava precipitando. Fu nel 1938, quando l'Austria venne annessa al Terzo Reich, che la vita divenne insopportabile. Addirittura la Gestapo arrivò ad arrestare Anna: possiamo immaginare l'angoscia di Freud sapendo la figlia diletta nelle mani dei nazisti. La famiglia riuscì comunque a fuggire a Londra, pagando ai tedeschi un'ingente somma di denaro in gran parte fornita da una ex-paziente, la principessa Marie Bonaparte, ma le quattro sorelle del Maestro finirono nei campi di sterminio nazisti, dove trovarono la morte nel 1942.

Quindi su una sofferenza fisica ormai cronica si inseriva a dismisura quella psicologica.

 

La lotta contro il cancro durò ben 16 anni. Freud venne colpito da un carcinoma maxillo-facciale devastante per il quale subì 32 interventi chirurgici, fino all'asportazione completa di tutta la muscolatura mandibolare: non riusciva a parlare e all'aspetto era inguardabile. Sapeva che il cancro l'avrebbe portato alla morte e che non sarebbe stata una morte facile, come sapeva che il suo rapporto col fumo, verso il quale aveva sviluppato un nevrotico comportamento dipendente, aggravava non poco sintomi e morbo, ma non riusciva a fare a meno dei sigari che fumava compulsivamente.

Il 20 settembre 1939, abbattuto da una sofferenza atroce, Freud chiese a Max Schur, suo medico personale, di risparmiargli quegli ultimi inutili patimenti e Schur aumentò progressivamente le dosi di morfina fino a provocare il definitivo collasso. Freud cessò di respirare nel cuore della notte. Forse il destino volle sollevare il Maestro dall'ultimo strazio: vedere l'Europa in fiamme, la Shoah, la fine delle sorelle nelle camere a gas. Il 1 settembre 1939 i nazisti avevano invaso la Polonia; di lì a poco ci sarebbe stata la catastrofe e le istanze più oscure del principio della Thanatos si sarebbero incarnate nella storia.

 

Da questa sconnessa carrellata sulla vita di Freud quali riflessioni vengono a scaturire? E quale comun-denominatore possiamo individuare nei passaggi esistenziali che scandirono il formarsi della scienza psicoanalitica?

 

Prima scena.

 

La psicoanalisi nasce storicamente come tentativo di strutturare un processo di cura, ma ben presto si ritrova ad essere una vera e propria Weltanschauung. Quindi “andare in analisi” vuol dire soprattutto entrare nel mondo interno individuale per esplorarlo seguendo le coordinate fornite da un sistema di riferimento preordinato, allo stesso modo in cui il navigante segue una mappa in assi cartesiani per potersi orientare e stabilire la propria posizione nello spazio geografico. Ma se proponiamo un sistema di riferimento a più assi – come avviene nelle geometrie non-euclidee – il navigante deve riconfigurare tutta la propria strumentazione, altrimenti si perde.

 

 

Seconda scena.

 

Lo strumento analitico può lenire la sofferenza esistenziale, in quanto consente di comprendere, riconfigurare, collocare nel Sé, e – grazie al Transfert – liberare energia implosa, bloccata. (Inibizione, sintomo e angoscia e altri scritti, 1924 – 1929), ma ben poco può di fronte al biologico ancestrale od a fronte di ciò che si colloca in una lontananza irrecuperabile; ancor meno può di fronte al premere di un destino sociale avverso. Due anni prima di morire, in Analisi terminabile e interminabile, Freud pone una questione importantissima: dove stia il "fondo roccioso della psicoanalisi", cioè l'impossibilità a proseguire il lavoro psicoanalitico oltre un certo limite. Possiamo affermare che il dolore, ogni dolore irrisolvibile, sia il “fondo roccioso” dell'uomo, oltre che dell'analisi.

Il saggio Il disagio della civiltà (1929) in fondo testimonia la consapevolezza dell'incommensurabile fragilità umana, il suo destino cupo, la sua natura rapace destinata al fallimento: sono gli anni della “grande crisi” che si propaga rapidamente fuori dagli USA – dove ha origine – per interessare ampiamente l'Europa: il ritiro dei prestiti americani mette in ginocchio anche l'Austria di Freud: nell'aria si respira “pessimismo cosmico”. Nel suo saggio Freud vede la tensione fondamentale tra civiltà e individuo, tensione che nasce dalla ricerca della libertà istintiva, del piacere, mentre la "civiltà” richiedere l'esatto contrario, cioè una forte limitazione della libertà individuale ed una mortificazione delle pulsioni. Così molte istanze energetiche primitive, mal-sopite negli esseri umani, quali l'istinto assassino, il bisogno di supremazia (anche economica) ed il desiderio di appagamento sessuale, anche là dove non è opportuno, sono chiaramente dannosi per il funzionamento di una comunità umana, quindi è compito dell'apparato sociale reprimerli. Perciò la società crea leggi che proibiscono l'uccisione, lo stupro, l'adulterio, il furto, ma questo processo – sostiene Freud – infonderà inevitabilmente sentimenti di insoddisfazione perpetua e per questa repressione la società pagherà un prezzo, il prezzo di una sorta di miscela esplosiva sempre presente al proprio interno.

 

Terza scena.

 

La psicoanalisi può rendere l'uomo consapevole, ma non felice, anzi, spesso è in grado di togliergli ogni illusione “malata”, la “nevrotica felicità” – per usare un'espressione dello stesso Freud – compreso quella religiosa, per renderlo un “sano” infelice: “gli Dei – afferma Freud – svolgono un triplice compito: essi esorcizzano il terrore delle forze naturali, riconciliano l'uomo con la crudeltà del Fato, in particolare nella forma della morte, e offrono una consolazione per le sofferenze e le privazioni che una vita civilizzata ha imposto (L'avvenire di un'illusione 1927). Allora qual è la proposta della psicoanalisi? Essa indica un percorso introspettivo, un “guardarsi dentro per capire”, ma poi lascia solo l'uomo in compagnia del proprio limite e del proprio dolore, quel dolore che “ci minaccia da tre parti” ( Il disagio della civiltà ).

 

Ultima scena.

 

Quindi, il comun-denominatore delle scene precedenti? Il senso del fare psicoanalisi oggi? Freud non propose mai la lotta, nessuna “lotta di liberazione”, nessun nemico esterno da combattere: non additò a nemico neppure il nazismo. Riconobbe che l'uomo è contornato da fattori avversi (forze distruttive inesorabili e di immane potenza – 1929) ed indicò un'accettazione quasi di tipo stoico come unica prospettiva realistica. Questa linea di rinuncia consapevole alla dimensione del dionisiaco (Friedrich Nietzsche) – che altro non è che la coscienza della necessità di una regolazione della Libido da parte delle funzioni dell'Io – trova le sue radici in Arthur Schopenhauer: Freud fu un buon lettore del filosofo tedesco e ne fu indubbiamente molto influenzato. D'altra parte in Il mondo come volontà e rappresentazione (Schopenhauer – 1819, nuova stesura nel 1844) la mappatura freudiana è già tracciata in anteprima, così come tracciato è il pessimismo di Freud.

 

 

Quasi un epilogo.

 

Eppure, questo “volgersi all'interno” indicato dalla psicoanalisi, conditio sine qua non di ogni analisi stessa, questo tradurre in termini laici secoli di intimismo ascetico religioso, ha avuto un profondo senso nella cultura occidentale del '900. Freud fa eco a secoli di tradizioni religiose che vedono nell'introspezione la via per la ricerca del senso, la via di ritorno ad un Sé, ad un baricentro esistenziale (il centro di gravità permanente delle canzoni di Franco Battiato) che ci è stato alienato dal mondo attuale. La civiltà moderna conosce bene la Cultura del Fare, ma è ben lungi dal riconoscere una Cultura dell'Essere : anzi, diviene attonita e balbuziente a fronte di qualunque domanda le si ponga nell'ordine metafisico (Martin Heidegger). Soprattutto le società neo-liberiste, che hanno buttato l'uomo nella logica della produttività a tutti i costi e dell'accelerazione, hanno espropriato l'individuo del diritto all'interiorità, all'identità ed al vissuto del centro. Non di meno quelle socialiste dell'Oriente asiatico il cui primo dettato sembra ormai essere la corsa alla colonizzazione economica dell'Europa.

 

Allora, cosa può proporre il percorso dell'analisi individuale nel frenetico oggi contemporaneo? La risposta è al contempo semplice e drammaticamente complessa: tentativo, sfida, ritorno; in ogni modo “incontro ravvicinato di terzo tipo rubando il concetto a Steven Spielberg – con la propria Anima. Non è possibile articolarla oltre, questa risposta.

 

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Ipazia di Alessandria, in un dipinto di Mitchell del 1885   

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Darmatite atopica dell'adulto e sofferenza psicologica

( di Rosalba Aiazzi ) - La dermatite atopica, la più comune malattia infiammatoria della pelle, ha una prevalenza che varia dal 2,6% all’8,1% nella popolazione degli adulti italiani: il 49,4% dei pazienti presenta una forma lieve, il 36% di entità moderata ed il 14,6% manifesta un eczema atopico severo (Calzavara Pinton et al. 2018). 

Studi recenti segnalano l’associazione tra dermatite atopica ed importanti disturbi a carico della sfera psichica quali: depressione, ansia, disturbi del comportamento, stati correlati allo stress e quadri psicotici (Cheng et al. 2015; Shin et al. 2016; Shrestha et al. 2017; Schmitt 2009). Altri autori rilevano un aumento nell'uso di farmaci ansiolitici e antidepressivi (Thyssen et al. 2018).

 

Cosa hanno osservato i ricercatori finlandesi?

 

Una recentissima ricerca finlandese, effettuata presso l’Università di Oulu (Kauppi et al. 2019), ha coinvolto una vasta popolazione sperimentale di oltre 57.000 persone (età superiore ai 25 anni) ed ha confermato che nel 17,2% dei casi è presente un evidente disagio psicologico rispetto al 13,1% del gruppo di controllo. Si è trattato di un imponente studio retrospettivo che ha preso in esame la totalità dei pazienti con diagnosi di dermatite atopica, diagnosticati negli ospedali finlandesi dal gennaio 1987 al dicembre 2014.

 

Nota sulla differenza di genere

 

I ricercatori hanno rilevato una maggiore frequenza del disagio psicologico nelle donne (18,6%) rispetto alla popolazione maschile (14,8%). Tuttavia i disturbi più gravi, quelli dell’area psicotica (schizofrenia e disturbo schizotipico) sono risultati maggiormente a carico dei pazienti di sesso maschile. Per quanto riguarda i disturbi d’ansia la percentuale è significativamente più elevata nelle donne. Infine i disturbi di personalità e del comportamento (DSM-IV – ICD-10) sono presenti nel 2,2% di donne e uomini.

 

Disturbi depressivi e ansia patologica

 

La ricerca evidenzia che tra tutte le diagnosi psichiatriche studiate in pazienti con dermatite atopica, il rischio di depressione è il più pronunciato essendo presente nel 10,4% dei soggetti; l'ansia invece rappresenta la terza comorbidità psicopatologica più comune.

Quali sono le cause della comorbidità psicopatologica nei pazienti atopici?

Le cause alla base della presenza di complesse patologie psichiche nei pazienti adulti affetti da dermatite atopica non sono completamente comprese. Alcuni autori suggeriscono che:

 

- prurito intenso,

- disturbi del sonno,

- stress emotivo,

- stigma sociale,

- aumento dei livelli di citochine, comuni sia alla condizione dermatologica che psicologica,

 

possano essere considerati fattori coinvolti nella eziopatogenesi del fenomeno (Silverberg 2017).

Inoltre l’eczema atopico, essendo una malattia cronica, rappresenta un pesante onere a lungo termine sia per i pazienti che per le famiglie, determinando un gravoso impatto sulla qualità della vita.

 

Il contributo dello psicoterapeuta nel trattamento del paziente atopico

 

Da tempo è nota alla comunità scientifica dei dermatologi la presenza, nei pazienti affetti da malattie cutanee croniche, da un lato, dell’impatto negativo sulla qualità della vita, dall’altro il manifestarsi di sofferenza nella salute psichica (Gupta et al. 2003; Picardi et al. 2004; Fried et al. 2005; Kurd et al. 2010; Tat et al. 2019).

Le nuove frontiere della terapia, inizialmente avviate soprattutto in Germania (Diepgen et al. 2003), Francia (Barbarot et al. 2007) e successivamente anche in Italia (Ricci et al. 2009; Aiazzi et al. 2014), si sono accorte dell’importanza dell’utilizzo di figure terapeutiche non provenienti dalle discipline dermatologiche. In particolar modo sono stati introdotti gli psicologi e gli psicoterapeuti, al di dentro di un processo di cura multidisciplinare ed integrato. L’intervento psicologico/psicoterapeutico è da ritenersi opportuno soprattutto nei seguenti casi:

 

- difficoltà nella compliance terapeutica,

- frequenti riacutizzazioni della malattia,

- difficoltà nella gestione del sintomo del prurito,

- disturbi del sonno.

 

In conclusione la tradizionale visione della dermatologia classica si è quindi arricchita del contributo apportato da altre discipline, fra queste una posizione non di secondo piano va riconosciuta al supporto psicologico e a quelle metodologie che considerano la relazione umana fattore di cura. A ben vedere l’attenzione delle discipline psicologiche alle malattie della pelle è di antica data: già negli anni ’40 la psicoanalisi cercò di occuparsene, e con lo scorrere del tempo divennero numerosi gli autori che si sono dedicati a questa riflessione. Quindi possiamo accogliere con favore l’indicazione implicita che deriva dal recente studio finlandese, dato che in esso si rileva con chiarezza l’influenza sulla sfera psichica della malattia e dei suoi sintomi. Pertanto si sottolinea l’importanza dello psicoterapeuta come figura di supporto ed accompagnamento.

 

Bibliografia

E'  possibile richiedere la bibliografia a:  info@aiazzirosalba.it 

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Sistema immunitario baricentro della vita

Dalle conclusioni del volume - Ed. Aracne, Roma 2018: di Gianni Tadolini e Marco Valentini ) - A conclusione di questo lavoro il lettore avrà capito che il nostro obiettivo non era quello di scrivere un vero e proprio trattato sul sistema immunitario, cosa che avrebbe richiesto ben altre conoscenze specialistiche ed analitiche, bensì di realizzare un'esposizione sintetica, ma capace di introdurre ad una visione moderna e alla portata di tutti, avvicinando così un pubblico abbastanza ampio alla conoscenza di quelli che sono alcuni importanti meccanismi che governano lo stato di salute.

Ora vorremmo però congedarci con considerazioni che vanno ben oltre le normali conoscenze prettamente scientifiche sulle cellule e sui meccanismi più intimi della biochimica. Quindi: il sistema immunitario è quell'apparato che mette l'uomo e l'animale in relazione con il mondo esterno, permettendo loro di disegnare il confine fra ciò che è il Sé ed il mondo fuori di sé. E non solo è quel sistema che consente di far fronte alle aggressioni esterne che, quotidianamente e continuamente, ci vengono rivolte (virus, batteri ed agenti infettivi), ma anche agli stress emotivi, alle difficoltà di relazione con gli altri, all'inquinamento ambientale, alimentare, elettromagnetico.

La complessità che caratterizza l'uomo si esprime ai massimi livelli proprio in questo complesso sistema nel quale tutte le componenti devono essere in equilibrio per mantenere quell'armonia che conduce alla salute.

In questi anni abbiamo imparato come la psiche giochi un grande ruolo nella neuroinfiammazione e come stati di serenità o turbamento possano portare l'individuo verso una condizione di armonia e salute o, viceversa, verso uno stato di alterazione della bilancia immunitaria, tale da determinare, progressivamente nel tempo, una cascata di eventi clinici, a partire da infezioni ripetute, fino al manifestarsi di strane malattie allergiche o quadri di autoimmunità, se non addirittura il quadro degenerativo delle patologie tumorali.

Se si vuole evitare questa inesorabile progressione, oltre al classico approccio farmacologico, soprattutto in presenza di frequenti manifestazioni immuni, sarà importante andare in profondità nel vissuto della persona, alla ricerca di quegli eventi esistenziali che hanno determinato antiche ferite che permangono come cicatrici dell'anima. Sappiamo che esse, nei meccanismi oramai abbastanza noti dell'epigenetica, hanno condotto a quella sequenza di fatti ed eventi psicologici che possiamo notare nei racconti dei malati che si recano ai nostri ambulatori.

Nell’approccio classico medico/paziente nessuno dei due attori si rende conto di questa chiara progressione, dato che quasi mai viene descritta in maniera il lineare. Ma crediamo che il compito imprescindibile di una medicina moderna ed efficace sia comunque quello di informare gli utenti della medicina stessa di queste nuove conoscenze, ponendoli sulla strada del ritrovamento dell'equilibrio.

Obiettivo elevato, ma non impossibile, è quello di stimolare il paziente ad una collaborazione più attiva, verso un corretto stile di vita, una corretta alimentazione, verso la conquista di un equilibrio psicologico, con attenzione ai segnali che il corpo invia continuamente: insegnare al paziente ad interpretare i sintomi, non tanto come stato di “malattia” nel senso banale del termine, bensì come vere e proprie spie che si accendono nella “centralina” della corporeità per comunicare quello che non sta andando bene e quindi ciò che dovremmo modificare.

La scienza psicosomatica insegna che il corpo umano risponde spesso agli stimoli psicologici come se fossero eventi materiali, tangibili, tattili; un pericolo solamente emotivo viene interpretato dall'organismo come un attacco reale. Facciamo un esempio: un bambino teme di essere rimproverato dall'insegnante. Lo scolaro sa per certo che da tale situazione non potrà derivarne alcun rischio o danno fisico, eppure il suo essere biologico interpreterà il pericolo simbolico alla stregua di uno reale; la cascata chimica e funzionale, nell'organismo del bambino, sarà del tutto simile a quella che si sarebbe verificata se al posto dell'insegnate ci fosse stata una belva feroce, come poteva avvenire per un bambino del Cenozoico preistorico. Si attiverà dunque l'attività simpatico-adrenergica e tutti quei meccanismi neurotrasmettitoriali che governano le dinamiche di attacco e fuga. Questo perché il nostro organismo ha imparato a reagire ai pericoli già centinaia di migliaia di anni fa (quando le situazioni critiche erano totalmente pre-culturali) e sulla base di questo arcaico apprendimento ha modellato un proprio paradigma biologico e biochimico.

Dovremmo quindi aiutare il paziente a recuperare il trauma simbolico e forse troveremo nei sintomi e nelle disfunzioni della patologia di oggi le ferite della storia della specie: la paura di essere aggrediti, abbandonati, rifiutati, divorati; la paura di morire di fame e di freddo; la paura di non farcela nel combattimento; il desiderio di vincere, di dominare, di fuggire, di primeggiare o di rinunciare e scegliere il gregariato. Ciò che avveniva nell'organismo dell'Uomo di Neanderthal, 100.000 anni fa, è più o meno ciò che avviene in quello dell'uomo del nostro tempo. Tali considerazioni ci consentono di inquadrare meglio il concetto stesso di risposta immunitaria e parallelamente di estendere quello di aggressore: nel linguaggio dell'immunologia il concetto di antigene. L'organismo conosce il codice simbolico.

Questo tipo di approccio, capace di valutare il conflitto psicologico come biologico e viceversa, porta sulla strada della guarigione, cioè riappropriazione dell'attacco subìto da parte del soggetto ai fini di una nuova riconfigurazione del profilo vitale. Siamo quindi ben oltre la cura sintomatologica della malattia. Essa, la cura dei sintomi, non certamente deprecabile, sarà da perseguire nelle fasi acute delle patologie, o nelle fasi più avanzate, quando le problematiche saranno così inveterate e radicate da non permettere più un recupero dell’equilibrio.

Esiste allora una tempistica dell'intervento medico in cui l'aspetto preventivo deve essere tenuto in massima considerazione: nelle primissime fasi sarà possibile inibire l'evoluzione verso patologie croniche autoimmuni attraverso la conoscenza delle predisposizioni familiari, del corretto stile di vita, della condizione emotiva e delle tensioni relazionali. In questa prima fase il medico dovrà intervenire, attraverso la medicina di regolazione, su più sistemi, primo fra tutti il sistema immunitario, riequilibrando, cioè aiutando l'individuo ad eseguire quei cambiamenti che riportano l'armonia bioenergetica. Potrebbe a volte essere d'aiuto la presenza dello psicologo. Solo nelle fasi più avanzate non si potrà prescindere da un approccio “tradizionale” basato sulla normalizzazione delle funzioni organiche alterate e su tutti quei rimedi farmacologici che consentono il controllo dei sintomi e della sofferenza.